WANDA OSIRIS, PRIMA SOUBRETTE E DONNA (CON)TURBANTE

di Anna Piervergili

 

WANDA OSIRIS - ESCE IL LIBRO DI ROBERTA MARESCI

WANDA OSIRIS – ESCE IL LIBRO DI ROBERTA MARESCI

 

Ah la fede! Chi l’avrebbe mai detto che quel mito un po’ perbenista e un po’ trasgressivo, così tipico dell’Italia degli anni Trenta e Quaranta di cui Wanda Osiris fu la regina indiscussa, mischiava chiesa e varietà? Preti e boys? Suore e Bluebells? Ave Maria e Sentimental? Arpège e acqua santa? Tanto intelligente da capire l’importanza di scegliere partner giusti, non fu ballerina da prima fila, eppure incantò tutti col suo incedere, ventre in fuori e dondolio sui fianchi. Unica diva italiana che, scendendo le scale, è salita all’Olimpo del successo, Anna Menzio è diventata un mito che, a vent’anni dalla morte, un libro celebra. Titola “Wanda Osiris. Prima soubrette e donna (con)turbante” (Cavinato editore, p.138, p.12, in attesa dell’ebook).

Scritto dall’istrionica penna di Roberta Maresci, giornalista e scrittrice specializzata in biografie, è il solo volume che rende omaggio alla figlia del palafreniere di battistrada di Umberto I. Per tutti è ancora Wandissima, superlativo assoluto coniato a onor di fama. Vero è che le sue scoperte sono state molto numerose. Suo l’occhio che passò al vaglio personaggi del calibro di Massimo Dapporto a Nino Manfredi, da Alberto Sordi a Gino Bramieri. Sua l’intelligenza di preparare l’Italia al dominio dell’apparenza. «Ero la vedette o, come si diceva in gergo, la “prima donna di spolvero”, ossia non l’attrice né la comica ma il personaggio “che fa scena”», ha raccontato la Divina. Dove il suo «fare scena» era capace di indurre amabilmente la futura borghesia democristiana alla gestazione del primo miracolo italiano: far perdere il lume della ragione alla massa, in visibilio nel vederla anche solo ancheggiare, sorridere, camminare. Divina della rivista, divenne “fenomeno” anni Trenta-Cinquanta.

«L’ultima regina d’Italia», come la definì il giornalista Indro Montanelli, dopo aver ricevuto i complimenti da Mussolini che scese da una carrozza a Riccione appositamente per stringerle la mano, aver collezionato ritratti da De Pisis e De Chirico che invece preferì scarabocchiarne i lineamenti su una tovaglia. “Wanda fu anche altro – scrive Maresci – fu soprattutto una portatrice sana di desideri e sogni più grandi dell’immaginabile. Anche le donne la emulavano, la prendevano come spunto. Il motivo? Beh, la Osiris aveva dato un segno diverso a un periodo per molti versi angoscioso, con la guerra, i bombardamenti e la lenta ricostruzione. Ma lei era diversa: tra le tante dive e divette del vecchio varietà, era celere al pari di Josephine Baker o Mistinguett, ma “casta”, impenetrabile come solo una vera signora sa fare. Diceva di sé: «Noi stelle del varietà non abitiamo la terra ma lo spazio».

E questo fascino siderale finì poi per ispirare un anonimo regista di operette che, vedendola ancora acerba e sedotto dai grandi occhioni da cerbiatto, pensò subito alla dea egiziana Osiris per vestirla con un allure fascinoso e unico. Ma siccome il regista di mitologia e archeologia ne masticava molto poca, scambiò il nome della dea Isis con quello del dio Osiris e fu allora che la Menzio, contro la volontà dei genitori, indossò i panni dell’attrice con un nome d’arte”. Eccelsa nel birignao, fu capace di uscire da un enorme astuccio di profumo, col corpo tinto di color ocra solo per avere un aspetto esotico.

Una volta scese perfino da un’altalena tra un turbine di polvere d’argento, un’altra arrivava come il sole, vestita di paillettes d’oro, un’altra ancora se ne andava in giro domando uno strascico che un critico definì chilometrico, dato che copriva il palcoscenico e parte dell’orchestra sotto i 36 metri di diametro del suo vestito. L’autrice poi ricorda il memorabile, grande sodalizio con Macario e Dapporto e attribuisce a Wanda l’invenzione dei primi valletti e la voglia di far beneficenza, ma in silenzio. Lei sì che aveva un grande cuore: «Chi non sa fare, non sa comandare», amava ripetere soprattutto quando sognava un futuro per quei suoi “figli celati”, quei tanti bambini “adottati di nascosto” cui rendeva possibile una cura, l’istruzione o un abito che li riscaldava. Erano figli adottati. Erano i bambini dell’ospedale di Mongà in Costa d’Avorio dove c’è una targa che ricorda la Osiris, oltre a una ragazza di 24 anni che ne porta il nome dopo essere stata adottata davvero dalla prima soubrette della storia. “Fu unica: si cospargeva dalla testa ai piedi di una pasta color ocra, come ha raccontato, che faceva arrivare da Parigi a casse, in quantità notevoli, perché ne consumava cinque tubetti per volta. Per questo la gente le aveva dato un soprannome: «Mi chiamavano “cioccolatino”.

Prendevo un intruglio francese, una specie di fondotinta molto scuro e me lo spalmavo sulla faccia e sul corpo, coprendolo poi di cipria ocra. Ci mettevo due ore ma il risultato era splendido, un bel colore di salute, un’abbronzatura carica che contrastava con il biondo platino dei capelli. Tutte le altre ballerine erano bianche in faccia ed io ero il tipo nuovo, perciò feci colpo. Se avevo un vestito viola, mi dipingevo le unghie di viola (allora non ero ancora superstiziosa), se l’avevo verde le unghie erano verdi. Poi mi mettevo grandi gioielli finti, baracco nate che “facevano molto teatro”, e mi bardavo come avevo visto fare alle francesi delle Folies Bergéres. Ero andata apposta a Parigi per questo e avevo capito che ogni esagerazione era ammessa in teatro, sulla scena diventava di uno chic enorme. Fu una rivoluzione e un grosso successo, anche se molti mi diedero della pazza. Ci fu un giornalista cattivo che mi paragonò a Titta Ruffo perché cantavo con una voce troppo moderna dati i tempi, la voce che si usa oggi.

Ci furono altri che criticarono la mia andatura: camminavo troppo con la pancia avanti e strascicavo le parole come una snob un po’ svanita. Ma io avevo creato un personaggio”, conclude Maresci.

 

osiris

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